Faleri Di: Mario Franchi (del1870)
Faleri
Ancor la capelluta, rigida l’arco de la porta veglia,
ne la calma divina,
La falisca ruina-
Che di lui, poi le statue
Palagi su l’arenea splenditi,
Sgretola con la scura
Falce le salde mura
Sacrificar. Ma i debellati l’odio,
Da una lotta modrito aspra di secoli,
Premean muti, frementi,
Ne petti sanguinanti.
Poveri vinti! Che sublime strazuio
Veder le torri de la patria e l’ardue
Muraglie diroccate
Rotlar, frantumate!
Che tormento lasciar le case, i tumuli
E i patri templi, via fuggendo carichi
Di quel po’ che ha l’ingorda
Rabbia sfuggi de l’orda
Vittrice, e un’altra fabricar sul ‘l facile
Piano citta che non poesse insorgere,
Nullo di dorso al bastone
Del superbo padrone !
Percoteva le fronti, ne la polvere
Chine, la procellosa ala de laquila
Che portava la guerra
A l’universa terra:
Mordea le carni il sol di Roma : l’anime
Lacerava il clamor de la vittoria,
Il tripudio insolente
De la togata gente.
E oscurarsi vedean l’astro d’etruria
Na la sua curva e disparir da l’italo
Cielo,vedean la notte
Aviluppar le rotte
Mura e la patria inabissarsi. Ai miseri
Sol restava conforto, i verdi clivi
E i consacrati rivi
Visitar la rupe ara giunona
E i sepolcri de padri: ombre pereano
Desolate, vaganti.
Pe dirupi sonanti.
I Falisci perir: frange le squallide
Ossa l’aratro e i rosi brandi, inconscio:
Perìro, e la pena avanza
Di lor la rimembranza.
E cadde in pezzi la romana faleri,
Co’ vasti colonnati e con le statue:
Restano in piè le mura,
cui s’avvingnia la scura
Ellera e i massi scalza. Come viscidi
Groppi di serpi, da le torri pendono
Le ortiche, e crescon l’erbe
Su la parte superbe